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Religioni

Quali siano le principali religioni del mondo è difficile dirlo, perché statistiche e valutazioni vengono stilate in base a diversi parametri, tuttavia L’Associazione Sviluppo Europeo prenderà in considerazione le religioni con maggior appartenenza di fedeli “nel mondo”, considerando che in Italia, negli ultimi anni, si è diffuso il contributo di altre religioni, soprattutto la religione islamica, con una popolazione musulmana presente pari a oltre 1.730.000 fedeli, il 33,0%, i residenti nella Capitale provengono da 42 Nazioni e da 3 Continenti diversi.

Lo scopo di questa pagina dedicata alle Religioni, vuole essere quello di offrire informazioni e notizie genuine in tema di pluralismo e dialogo interreligioso, ma soprattutto creare opportunità di coesione con altri organismi istituzionali impegnati nel processo del dialogo tra identità multiculturale e multireligiosa.

Secondo un comunicato stampa pubblicato su www.istat.it, tra il 2011 e il 2012, dalle stime campionarie, oltre la metà dei 3 milioni e 639 mila cittadini stranieri residenti in Italia, si dichiara cristiano (il 56,4%, corrispondente a 2 milioni e 56 mila individui); fra questi il 27% è ortodosso, il 25,1% cattolico e il 2,7% protestante. Poco più di un quarto è di fede musulmana (26,3%), mentre i buddisti sono il 3% circa. Il 7,1% si dichiara ateo.

La differente composizione di genere delle principali cittadinanze di stranieri in Italia si riflette anche nell’appartenenza religiosa, con una prevalenza di musulmani tra gli uomini (il 33,1% contro il 20,4% delle donne). Le donne sono più spesso ortodosse (il 31% rispetto al 22,2% degli uomini) e cattoliche (il 28% contro il 21,8%): fonte ISTAT www.istat.it/it/archivio/169710.

In molti Paesi dell’Europa è consentito la libertà a tutte le confessioni religiose a svolgere i propri riti, ritrovandosi in eletti luoghi di culto di diverse religioni, in Italia poi il regime fiscale consente ai contribuenti di devolvere l’otto per mille delle tasse, verso le confessioni religiose per aiutarli svolgere le proprie attività confessionali.

CRISTIANESIMO

tratto da www.treccani.it

cristianesimo La religione rivelata da Gesù Cristo, che è in pari tempo fondatore del c. e oggetto di adorazione. Alcuni caratteri del c. (religione divinamente rivelata, dogmatica, missionaria, universalistica, soteriologica ed escatologica) permettono di raggrupparlo sotto l’aspetto tipologico nella classe delle religioni ‘moderne’. Da tutte le altre tuttavia si differenzia per il tratto distintivo del culto di Cristo, che è Dio fattosi uomo per salvare l’uomo, morto e risorto al terzo giorno; né Mosè né Maometto né Buddha né Zaratustra né Mani, infatti, ebbero mai culto divino.

A questo elemento differenziante del c. si aggiunge quello di essere nato storicamente in seno al giudaismo, una religione a sua volta rivelata e fondata, con un suo canone di Scritture sacre e, almeno potenzialmente, anch’essa universalistica. Perciò pure i cristiani si considerano popolo eletto, popolo di Dio, assemblea santa, Chiesa. Il diventare membro di questo popolo dipende da alcune condizioni: in primo luogo, l’iniziazione battesimale, che suppone la fede in Gesù Cristo redentore, morto e risorto; a questa fede è indissolubilmente legato, come primo precetto della legge antica e nuova, l’amore per Dio e per il prossimo; in questa fede è radicata la speranza nella beata immortalità, concessa dalla misericordiosa bontà e giustizia del Dio padre degli uomini.

Nel corso della sua storia i diversi elementi del c. sono stati variamente accentuati, interpretati e vissuti e ciò spiega il frazionamento cui è andato soggetto; d’altra parte, dal sentimento stesso della fratellanza fra gli uomini, dalla nozione della bontà e misericordia divina e dall’esempio e insegnamento del Cristo sono derivati non soltanto l’impulso missionario a diffondere la verità tra tutti gli uomini per renderli partecipi della salvezza, ma anche l’anelito alla riunione di tutti i cristiani, a sua volta espressosi in maniere diverse.

1.1  I primi secoli. – I primi contrasti emersero già in età apostolica, con l’opposizione in Palestina tra i più rigidi osservanti delle prescrizioni giudaiche e i più aperti alla cultura del mondo classico, gli ‘ellenisti’. Il dissenso si fece più aperto man mano che il c. si propagò nelle regioni vicine e fu predicato dapprima fra gli Ebrei, ma anche, in misura/”>misura sempre più larga e costante, ai gentili. L’affrancamento dalle prescrizioni rituali dell’Antico Testamento, accolto da s. Pietro e dagli apostoli di Gerusalemme, fu predicato da s. Paolo nei viaggi missionari in Asia e in Europa. Il c. diventò così, già verso la fine del 1° sec. e la metà del 2°, una religione diffusa prevalentemente tra i gentili. Contribuirono a ciò le crisi del giudaismo, con la sollevazione, duramente domata da Vespasiano e da Tito, e la guerra, conclusasi con la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio. D’altra parte, l’inserzione nel mondo della cultura ellenistica doveva a sua volta produrre una crisi: minacciato di assorbimento da parte della speculazione filosofico-religiosa, il c. reagiva alla minaccia dello ‘gnosticismo’ sia con l’intransigenza assoluta di chi a esso opponeva un reciso diniego, sia cercando di assimilare la cultura e la filosofia dei Greci. A tale compito si dedicarono gli apologisti, chiedendo a imperatori e autorità in genere che cessassero dalle persecuzioni, respingendo calunnie, mettendo in luce la perfezione morale e la razionalità della nuova religione. Di pari passo, si veniva costituendo sempre più salda l’organizzazione della Chiesa.

La nuova politica ecclesiastica, inaugurata da Costantino con l’editto di Milano del 313, non si contentava di non perseguitare né ambiva ad attrarre il c. nell’ambito di un vasto e lealistico sincretismo, bensì a rendere cristiano l’impero e imperiale il c.; e a tale scopo sembrò, a Costantino e più ancora al successore Costanzo II, più adatto l’arianesimo, condannato però nel Concilio di Nicea (325). Di qui il protrarsi delle dispute trinitarie, nel corso delle quali la Chiesa rivendicò, con la purezza della dottrina, anche la propria autonomia. Le discussioni intorno alla persona di Gesù Cristo sfociarono nel distacco dall’unità della Chiesa di nestoriani e monofisiti, che iniziarono così una loro storia, tutta orientale. Agli eminenti teologi orientali e di lingua greca, ortodossi o meno (s. Atanasios. Basilios. Gregorio di Nissas. Giovanni CrisostomoApollinare di LaodiceaTeodoro di MopsuestiaDiodoro di Tarso e Nestorios. Cirillo di AlessandriaEutiche), si contrapposero, con la lotta contro l’origenismo e con il Concilio di Calcedonia (451), i teologi dell’Occidente (s. Agostinos. Girolamo e s. Leone Magno), prevalendo sul terreno della cultura (fig. 1). Da quell’epoca, la Chiesa in Occidente fu assorbita dal compito di eliminare le ultime tracce del paganesimo, di attrarre alla fede cristiana i Barbari e di resistere alla pressione dell’Impero bizantino, dove gli imperatori pretendevano di dettare legge anche per quanto riguardava la fede.

1.2   Medioevo. – Anche a causa delle vicende politiche, nel Medioevo il vescovo della Chiesa di Roma acquistò maggior forza in Italia e nell’Europa (fig. 2). La marea islamica, che sommerse terre orientali e africane, fu limitata alla Spagna dai Franchi cattolici. Maturarono così i tempi per il ristabilimento di un Impero romano e cristiano in Occidente, mentre il sistema feudale si imponeva anche alla Chiesa. Ne derivò una decadenza dei costumi, alla quale reagirono le correnti riformatrici, interne ed esterne, ecclesiastiche e laiche, determinando da un lato il rivitalizzarsi della vita religiosa (benedettini e creazione di nuovi ordini monastici), l’insistenza sul celibato ecclesiastico e la drammatica lotta per le investiture e la libertà dell’elezione dello stesso romano pontefice, affidata infine al collegio dei cardinali, dall’altro il pullulare di sette ereticali, più o meno intinte di dualismo, e anelanti a un ritorno alla purezza e povertà degli apostoli. Tra questi fermenti, maturò una nuova e più grave frattura: con lo scisma d’Oriente (1054) Greci e Latini si separarono definitivamente e Chiesa ortodossa e Oriente europeo iniziarono una loro propria storia. Carattere di rivalità con i Greci assunsero le stesse Crociate, pur nate nell’ambito della lotta contro i musulmani. Il papato, di fronte all’Impero, si pose sempre più nettamente come potere autonomo e supremo, fonte del proprio diritto canonico. Con l’affermarsi delle nazionalità e degli ordini mendicanti, cominciò a scuotersi l’impalcatura del mondo medievale: lo scisma d’Occidente (1378-1417) rivelò questa frattura cui si cercò di rimediare con l’azione dei grandi concili e con tentativi di dare alla Chiesa una costituzione nuova, quasi di federazione di chiese nazionali o di vescovi. Tale tendenza, come quella affine che aspirava a limitare l’autorità pontificia di fronte a quella regia, trovò sostenitori tra seguaci e propugnatori dell’occamismo, nuova corrente filosofico-teologica erede dello scotismo dei francescani, contrapposto al tomismo dei domenicani.

1.3 Riforma e Controriforma. – Movimento conciliare e cultura umanistica coincidevano nell’aspirazione a una riforma della Chiesa ‘nel capo e nelle membra’. Di fronte alla ‘riforma cattolica’ si mantennero nondimeno assai forti le tendenze alla scissione; alle affermazioni di autonomia della Chiesa gallicana si aggiunse la riforma protestante di M. Lutero e G. Calvino, le cui idee penetrarono, pur fieramente contrastate, nell’Inghilterra che Enrico VIII aveva staccato da Roma. Il cattolicesimo corse ai ripari e la riforma cattolica dopo il Concilio di Trento si attuò come ‘controriforma’. Alle misure interne si associò il ricupero di territori in Europa, l’espansione in America, scoperta da potenze cattoliche, e una straordinaria ripresa di vitalità. Il cattolicesimo si estese, anche con l’azione degli ordini religiosi antichi e nuovi (specialmente i gesuiti), all’India, alla Cina, al Giappone; tentò ancora di richiamare a sé la Chiesa ortodossa di Russia (la Polonia, dopo un’effervescenza di moti riformati, rimase fedele alla Chiesa di Roma, che si affermò nei territori tedeschi dipendenti dall’Austria e in Baviera); poi realizzò, in Asia, qualche unione con Chiese di antica dissidenza. Ma la rottura dell’unità cristiana in Europa era ormai un fatto compiuto: tra le grandi confessioni riformate altre correnti (quali l’anabattismo o i valdesi) cercavano di aprirsi un cammino, e contrasti interni turbavano la Chiesa cattolica (giansenismo e movimenti affini). Lentamente si fece strada la cultura della tolleranza e, in un mondo che si preparava ad affermare il primato della pura ragione, andò prendendo piede l’idea che, in fondo, il c. vero era quello spoglio di aggiunte e cavilli teologici, mentre la religione positiva, con dogmi, riti, precetti e sacerdozio organizzato era soprattutto valida per tenere a freno i bassi istinti del popolo ignorante e incapace di assurgere a più elevate concezioni, e per fornire ai sovrani un utile strumento di governo.

1.4 Questione politica e sociale. – La Rivoluzione francese, dopo un tentativo di riforma del cattolicesimo in senso antipapale e regalistico – la costituzione civile del clero/”>clero – sboccò poi nel concordato napoleonico, fierissimo colpo al gallicanismo e prodromo alla costituzione dell’Impero, che subito riaccese il conflitto con il papato. Il contrasto con lo Stato perdurò per tutto il 19° sec., nel corso del quale il pontefice romano affermò sempre più nettamente la sua autorità, con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione di Maria, con il Sillabo, con il Concilio Vaticano I; ma accettò anche concordati non sempre vantaggiosi e subì, oltre alle leggi che sopprimevano privilegi ecclesiastici, la perdita del potere temporale. Per contro, mentre la Chiesa orientale alimentava la riscossa nazionale dei popoli balcanici e il panslavismo che vedeva in Mosca la ‘Terza Roma’, le correnti della Riforma si mostravano anch’esse inclini a conformarsi allo spirito dei tempi, cercando di adattare la loro teologia ai nuovi indirizzi della filosofia e della scienza.

Nella seconda metà del 19° sec., destava più precise preoccupazioni la questione sociale: da ciò sarebbe derivato, di fronte ai movimenti socialisti, il sorgere, un po’ dappertutto, dei nuovi movimenti di ‘c. sociale’ e di ‘democrazia cristiana’, nonché di partiti ‘cristiani’ o addirittura ‘cattolici’, destinati a un crescente successo nel 20° sec. in alcuni paesi (BelgioGermania, Austria, Italia).
1.5 Il 20° secolo. – Ai non pochi germi e stimoli per un rinnovamento del c., presenti all’inizio del 20° sec. nel modernismo, corrispose nella seconda parte del secolo l’accentuazione di motivi teologici particolari, gravitanti intorno ai concetti di Chiesa e di ‘ecumenismo’, mentre in una visione sempre più transconfessionale si venivano rinnovando i moduli stessi dell’esegesi biblica e della riflessione teologica. Intanto, le Chiese cristiane erano state messe a gravi prove dalle due guerre, dagli ultimi momenti del colonialismo e dalla persecuzione da parte dell’ateismo marxista. Gli stimoli provenienti da una sempre più diffusa secolarizzazione provocavano, in seno al c., una sempre maggiore accentuazione della missione etica e religiosa delle Chiese rispetto al precedente impegno mondano, come è avvenuto per la Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II.

2. Diffusione

Secondo le stime è di religione cristiana il 33,03% della popolazione mondiale (17,33% cattolici, 5,8% protestanti, 3,42% ortodossi, 1,23% anglicani, 5,25% altri). I cristiani sono prevalenti nella maggior parte dei paesi europei, con una significativa differenza tra l’Europa del Nord dove, pur essendo presenti alcune nazioni cattoliche (Repubblica di Irlanda 91,5%; Belgio 85%; Paesi Bassi 73%; Lituania 79%), si registra una maggioranza di protestanti (in Danimarca gli evangelici luterani rappresentano il 95% della popolazione; nei paesi scandinavi i protestanti di varie confessioni sono fra l’86 e l’89%; in Gran Bretagna gli anglicani costituiscono il 43,5%), e l’Europa del Sud, a prevalenza cattolica (in particolare in Italia e Portogallo i battezzati sono il 92%), salvo nei paesi dove gli ortodossi sono la maggioranza (Grecia 92%; Serbia-Montenegro 63%; Romania 87%). In Europa dell’Est una notevole percentuale della popolazione si dichiara atea. Sono a maggioranza cristiana anche l’Oceania (in Australia i cristiani sono il 67,4% della popolazione e in Nuova Zelanda il 41%) e l’America. In Canada i cattolici sono la confessione più forte (42,6%), seguiti da protestanti (23,3%) e altri cristiani (4,4); negli Stati Uniti i protestanti sono il 52% e i cattolici il 24,6%, ma una parte della popolazione segue sette cristiane indipendenti (come quella dei mormoni, che rappresentano il 2%). In America Centrale e Meridionale tutti i paesi sono a maggioranza cristiana cattolica, in particolare Venezuela (96%), Bolivia ed Ecuador (95%), Argentina (92%) e Messico (89%). Mentre in Africa del Nord si registra la presenza quasi totalitaria di musulmani, nell’Africa centrale e meridionale i cristiani rappresentano la religione maggioritaria in diverse nazioni (Angola 38%; Botswana 73%; Burundi 67%; Repubblica Democratica del Congo 70%; Gabon 55%; Kenya 78%; Lesotho 80%; Mozambico 40%; Namibia 80-90%; Ruanda 82%; Repubblica Sudafricana 79,8%; Uganda 66%), anche se è forte la componente musulmana e sono molto diffuse religioni animiste. In Asia i cristiani sono una minoranza, a eccezione delle Filippine, dove prevalgono i cattolici. (v. tab.).

Secondo gli Atti degli Apostoli il nome cristiani fu usato per la prima volta ad Antiochia. Nel Nuovo Testamento i seguaci di Cristo si chiamano «fedeli, eletti, santi», e anche nei testi patristici più antichi il termine cristiani ricorre raramente.

Chiesa cristiana riformata Fu fondata nei Paesi Bassi nel 1843 da H. de Cock, cui si unì tra gli altri A.C. van Raalte. Emigrati con alcuni seguaci negli Stati Uniti, nel 1847 aderirono alla Chiesa riformata d’America, dalla quale però, per la loro stretta adesione alle dottrine del più rigido calvinismo si separarono nel 1857.

Comunità cristiana Movimento religioso (ted. Christengemeinschaft) fondato da F. Rittelmeyer nel 1922: mescolanza di c., misticismo orientale e altri elementi, sulla base dell’antroposofia di R. Steiner. Soppressa dal nazismo (1941), risorse nel 1945.

Lega cristiana Associazione (ted. Christenbund) fondata a Berlino nel 1925, dapprima presieduta dall’ex-cancelliere del Reich G. Michaelis, affine, in ambiente luterano, all’Azione cattolica.

ISLAM

Tratto da www.mescalinablog.com

religione monoteista e Abramitica che si diffuse nel VII secolo d.c. nella Penisola Araba ad opera del profeta Maometto la cui dottrina si basa sulla rivelazione che l’Arcangelo Gabriele gli fece dai suoi 40 anni.

Abramitica perché riconoscono Abramo, come Cristianesimo e Ebraismo, come primo Profeta ma gli Islamici dicono che discendono da Ismaele mentre i Cristiani e Ebrei da Isacco.

Maometto è considerato l’ultimo Profeta, inviato da Dio (Allah) per ribadire la Rivelazione annunciata per la Prima volta ad Adamo, lui è l’ultimo Profeta e con la sua morte è finito per sempre il Ciclo Profetico.

L’Islam significa “Sottomissione”, abbandono totale a Dio, entrare in stato di Pace con Dio.

L’Islam non disconosce ne il Vecchio ne il Nuovo Testamento, anzi, l’origine Celeste è uguale, così come riconosce i profeti Adamo, Noe, Abramo, Mose e Gesù; Maometto è solo l’ultimo fino al giorno del giudizio.

Dio è UNO e non Trio, è un entità trascendente, esiste senza aver un luogo, egli stesso è un luogo, è insostanza, incorporo, non definibile e non raffigurabile.

Il Corano “recitazione” è il Testo Sacro e fondamentale, che non è stato scritto da Maometto ma solo più tardi poiché lui era Analfabeta.

Non esiste il Clero ma solo gli Imam, Mussulmani che per la loro conoscenza liturgica sono incaricati dai fedeli di condurre nelle Moschee la loro preghiera obbligatoria.

Ognuno è sacerdote di se stessi e responsabile dei propri errori.

Le Moschee sono il luogo di culto e luogo sacro ma anche un luogo d’incontro, di studio e di riposo.

L’Islam è basato su 5 fondamentali dottrinali:

1) MONOTEISMO: Dio è un’unica dività, il Corano è il testo Sacro e gli Imam sono coloro che devono insegnarlo.

2) PROFEZIA: riconoscono nel Profeta Maometto l’infallibilità assoluta, il Sunnismo solo in materia di fede.

3) IMAMATO: dopo i profeti Adamo, Noè, Abramo, Mose, Gesù, con morte di Maometto c’era bisogno di una guida spirituale per guidare gli uomini e non farli perdere, questa guida è l’Imam.

4) RESURREZIONE E CULTO DEI MARTIRI

5) GIUSTIZIA DI DIO: Dio è giusto e non agisce mai ingiustamente, ricompensando gli uomini buoni e punendo quello cattivi.

I PILASTRI, cioè gli obblighi della fede dell’Islam Sciita sono:

– Professione di fede, Shahada, testimonianza di Fede

– Preghiera, 5 al giorno, scandita dal richiamo dei Muezzin

– Elemosina, Zakat

– Digiuno nel mese del Ramadan, dal sorgere al tramonto del sole

– Pellegrinaggio a La Mecca

Dopo la morte del Profeta Maometto, il principale problema fu la questione legata alla sua successione.

E si ebbe una scissione in due grandi rami:

1) ISLAM SCIITA, è il principale ramo minoritario dell’Islam.

In Iran è la religione di stato ma è molto seguita anche in Iraq, Libano e tutto il Golfo Persico.

2) ISLAM SUNNITA, è il ramo maggioritario dell’interno mondo islamico con più del 90% di fedeli, è presente in NordAfrica, nella Penisola Araba, Malesia, Indonesia e Asia Caucasica.
Praticamente è la religione di stato di tutto il mondo arabo tranne l’Iran e parte dell’Iraq e del Libano.
Oltre ad essere la maggiore confessione Islamica è con 1,35 miliardi di fedeli, anche la maggiore confessione mondiale.

Il cattolicesimo, che è la maggiore confessione cristiana che è la religione più seguita al mondo, si ferma a 1,30 miliardi.

La capitale religiosa è La Mecca e la moschea più importante è Masjiid Al-Haram sempre a La Mecca.

Differiscono principalmente per motivi politici e spirituali.

DIFFERENZE 

1) C’è chi diceva che la massima carica doveva appartenere alla discendenza diretta di Maometto, Sciismo
2) Chi invece diceva che il posto doveva essere scelto tra una ristretta cerchia di fedeli tra l’aristocrazia, Sunnismo

1) Per l’Islam Sunnita, il Califfo che è l’autorità politica e l’Imam che è la guida religiosa devono essere due persone differenti.

2) Mentre lo Sciismo dice che la carica politica e religiosa deve essere tutta di una persona

Terza grande differenza è la questione del Libero Arbitrio:
1) Per lo Sciismo, l’uomo è libero nella scelta del suo futuro
2) Per il Sunnismo, l’uomo non è libero nella scelta del suo futuro

INDUISMO

Tratto da www.induismo.it

L’induismo più che una religione è un modo di vivere, è un’ortoprassi. Non si basa su rigidi dogmi. Pur vantando una storia di grandi speculazioni filosofiche e teologiche, predilige un approccio esperienziale quindi una ricerca diretta della Realtà.

L’induismo è la terza religione più diffusa al mondo, con circa 950 milioni di aderenti in tutto il mondo. Non fa proselitismo, poiché riconosce valide tutte le strade per arrivare alla Verità.

Alla definizione di “induismo”, tradizionalmente, si preferiscono quelle di SANATANA DHARMA, “la norma eterna”; vaidika-dharma, la religione del Veda; matrka-dharma, la Madre di ogni norma. Denominatore comune è il termine dharma. DHARMA è l’ordine cosmico di tutta la realtà.

L’ordine cosmico, dharma, è il sostrato di ogni cosa esistente; l’insieme delle leggi etiche che promuovono la pace, la crescita e l’armonia tra gli esseri. Il dharma implica l’insieme di leggi fisiche, biologiche ed etiche che mantengono la vita; un ordine che deve riflettersi anche nelle azioni dell’uomo. Tutto ciò che nutre e sostiene la manifestazione, il mondo e tutti gli esseri e la società è dharma.

La teoria del karma si basa sulla legge di causa ed effetto. Il termine karma traduce generalmente l’idea di qualcosa che è svolto, un’azione, un lavoro, un dovere. Il destino dell’essere umano è nelle sue mani; egli è il risultato delle azioni passate e artefice di quelle future. Attraverso le azioni presenti, si semina il proprio futuro.

Il fine ultimo dell’uomo è la suprema Beatitudine e unione con Dio, moksha.

La sillaba sacra OM è il suono primordiale dal quale ebbero origine tutti gli altri suoni e linguaggi, esso è la sintesi di tre suoni a-u-m, la sillaba eterna, è il simbolo vibratorio dell’Assoluto e della stessa manifestazione, è la vibrazione presente in ogni forma esistente, dall’uomo a ogni granellino di sabbia, a ogni atomo. É la natura del Brahman, l’Assoluto. È l’essenza dei Veda.

L’induismo non si basa sulla rivelazione di un singolo profeta o fondatore. Dal vasto oceano della Conoscenza senza fine, gli antichi veggenti, rishi, ricavarono un’essenza da trasmettere all’umanità per favorire il benessere e la felicità dell’uomo. Tale conoscenza eterna è il VEDA. Una Conoscenza che ogni essere umano può, potenzialmente, percepire in uno stato di profonda meditazione.
La conoscenza eterna, Veda, è percepita dai saggi veggenti, i rishi.

Il Veda delinea i confini dell’ortodossia indù: è l’autorità suprema. In esso si ritrovano i fondamenti della cultura, della spiritualità, delle arti e delle scienze induiste. I Veda sono stati preservati intatti nel corso di millenni grazie alla straordinaria capacità mnemonica dei sacerdoti, brahmani, incaricati di trasmetterli e di custodirne la conoscenza.

Le Scritture sacre indù si dividono in due macro insiemi: Shruti, la rivelazione divina e Smriti, i testi basati sulla Shruti ma compilati dagli uomini. Vi è un vasto corpus di Scritture che contiene la saggezza, la storia e la spiritualità dell’induismo e dell’India. Tra questi testi sono celebri il Ramayana e il Mahabharata, le due grandi epopee sacre;i Purana ricchi di miti, simboli, aspetti iconografici, celebrazioni e riti; i Brahma-sutra, i trattati normativi e dottrinali, Shastra; i Tantra e gli Agama dedicati alle dottrine delle diverse tradizioni.

Il tempio è il luogo d’incontro tra il devoto e Dio, e il principale luogo di aggregazione e scambio culturale per le comunità. Esso non costituisce tuttavia un luogo “chiuso”, ma un ponte tra la comunità induista e quella locale in un processo di conoscenza e accettazione reciproca in cui ognuno è il benvenuto, in cui si sostiene il bene comune.

Le pratiche religiose dell’induismo sono molte e variano a seconda della tradizione di appartenenza, della propria cultura territoriale di riferimento e da molti altri fattori.

BUDDHISMO

Tratto da www.buddhismo.it

Il Buddha, il cui nome era Siddharta Gautama, visse nell’India del Nord nel VI sec. a.C. Il Buddha nacque, durante il viaggio che doveva portare la regina Maya, moglie del capo del clan degli Sakya, il nobile guerriero Suddhodana, a partorire il primo figlio nella casa paterna, secondo la tradizione del tempo. Ma la tradizione vuole che la giovane non raggiungesse mai la casa e partorisse in un boschetto, mettendo al mondo colui che diventerà il Buddha. Prima di intraprendere la sua ricerca spirituale, il Buddha viveva nell’agio presso il palazzo del padre, seguendo l’educazione necessaria a divenire, un giorno, re di una regione che corrisponde all’incirca all’attuale Nepal.
Poco prima di compiere trent’anni il principe Siddharta incontrò delle persone che stavano vivendo l’esperienza della malattia, della vecchiaia e della morte, rimanendone molto impressionato e turbato. Allo stesso modo rimase profondamente ammirato dalla serenità mostrata da un saggio eremita. Maturando tali esperienze, il principe Siddharta realizzò la precarietà e la temporaneità del suo stato di agio ed abbandonò la sua casa e la sua famiglia, in cerca di una soluzione definitiva alle grandi sofferenze del mondo. Intraprese in tale ricerca diverse pratiche spirituali ed incontrò molti maestri, finché, insoddisfatto di quanto sperimentato, ricercò la sua via: una via di mezzo tra l’estremo ascetismo e una vita legata ai piaceri dei sensi. Fu come risultato di questa ricerca che una sera, all’età di trentacinque anni, meditando sotto un albero, poi conosciuto come l’albero della Bodhi o del Risveglio presso Bodhgaya (nell’attuale regione del Bihar, in India), il principe Siddharta raggiunse lo stato dell’Illuminazione, lo stato di completa e profonda saggezza, al di là di ogni sofferenza. Da quel giorno fu noto come il Buddha, il Risvegliato.

Dopo l’Illuminazione il Buddha diede il suo primo insegnamento a Sarnath, noto come “Le Quattro Nobili Verità” che indicano la via per liberarsi dallo stato di sofferenza esistenziale propria dell’uomo, senza il bisogno di intermediari sacerdotali come i brahmani, ma attraverso un lavoro su se stessi. Da quel momento passò la sua vita ad insegnare come raggiungere il suo stato di Illuminato ad innumerevoli persone.

Fondò una comunità monastica a cui poterono accedere gli uomini e successivamente anche le donne, dato estremamente rivoluzionario nella società indiana dell’epoca, che tradizionalmente non consentiva a queste ultime di uscire dalla tutela e dal controllo diretto della famiglia patriarcale. Il Buddha morì ad ottanta anni nel 480 a.C., a Kusinara, nell’attuale regione indiana dell’Uttar Pradesh.

Alla morte il Buddha non lasciò alcun successore e la comunità continuò ad operare insieme. All’inizio mancava anche un Corpus Canonico codificato, e i discepoli diretti del Buddha si riunirono nel 473 durante il I Concilio indetto a Rajagriha per la durata di sette mesi per trasmettere ciò che avevano appreso direttamente dal Maestro. In tale consesso vennero esposti i sutra, ovvero i discorsi del Buddha così come ricordati dal discepolo a lui più vicino, Ananda, mentre la dottrina delle regole monastiche fu esposta da Upali, altro discepolo importante.

Circa centodieci anni dopo, nel 363 a.C., si tenne un secondo Concilio a Vaisali, città in cui i monaci avevano da tempo adottato delle pratiche discutibili: questi furono messi a confronto con monaci provenienti da tutta l’India, fatto che dimostra la diffusione già avvenuta del buddhismo, e alla fine venne deciso da tutti i presenti di darsi un codice di comportamento, il Pratimoksha, che tuttora viene seguito dalla comunità monastica.

Altro momento fondamentale nella storia del buddhismo sarà il terzo Concilio indetto nel 245 a.C. a Pataliputra dall’imperatore Asoka Maurya, che sarà uno dei principali protettori del buddhismo in India. In tale concilio si cercò di frenare le emergenti tendenze scismatiche, che cominciavano a differenziare l’insegnamento e che un paio di secoli più tardi daranno origine a due scuole fondamentali: la scuola del cosiddetto Piccolo Veicolo o Hinayana e quella del grande Veicolo o Mahayana.
Infine all’incirca alla fine del primo secolo dopo Cristo, la comunità monastica che nei secoli precedenti si era formata e stabilizzata nello Sri-Lanka, redisse il Canone Buddhista in forma scritta Tale Canone in lingua pali , composto da tre parti o canestri (Tripitaka) ovvero quello dei discorsi (Suttapitaka), della disciplina monastica (Vinayapitaka) e della dottrina filosofica (Abhidharmapitaka) è rimasto integro fino ad oggi ed è accettato dalle scuole di tutto il sud-est asiatico ed è una base di comparazione per i resti del canone in sanscrito che nella sua interezza è andato perduto in seguito alle invasioni musulmane e alla distruzione dei monasteri e delle università monastiche buddhiste come quella famosissima di Nalanda nel nord dell’India.

A seguito della morte del Buddha, il suo insegnamento si diffuse in varie parti dell’Asia, mutuando ed assimilando gli usi e costumi locali e dando vita a varie tradizioni buddhiste, che si differenziarono tra loro per alcuni aspetti interpretativi dell’Insegnamento. Delle originali diciotto scuole, che formavano il così detto “Piccolo Veicolo” (Hinayana), oggi rimane attiva solo la scuola Theravada, che si è prevalentemente diffusa in Sri Lanka, Tailandia, Birmania, Cambogia e Laos. All’incirca nel I secolo a.C. nacquero le tradizioni del “Grande Veicolo” (Mahayana), in cui vi è grande enfasi della figura del Bodhisattva, colui che dedica tutte le sue realizzazioni spirituali e le sue azioni alla liberazione della sofferenza di tutti gli esseri. Al “Grande Veicolo” appartengono le tradizioni Ch’an (pronuncia Cian) sviluppatesi in Cina, Vietnam e Corea, le altre scuole cinesi (Terra Pura, Tientai, ecc.), le scuole giapponesi (Zen, Nichiren, ecc.), nonché le scuole della tradizione Vajrayana (Via del Diamante, pronuncia vagiaraiana) diffuse in Tibet, Mongolia ed alcune regioni dell’attuale Russia. La tradizione Vajrayana del Tibet è particolarmente nota anche a causa delle vicende politiche ed umanitarie legate all’invasione del Tibet da parte della Cina, avvenuta tra il 1950 ed il 1960.

SIKHISMO

Tratto da www.sikhisewasociety.org

Il termine Sikh significa “allievo”. Sikh è colui che crede in un unico Dio e negli insegnamenti dei Dieci Guru (maestro), raccolti nel Guru Granth Sahib, la Sacra Scrittura dei Sikh. In più deve anche effettuare un Battesimo, chiamato Amrit.

La religione Sikh è strettamente monoteistica, poiché crede in un solo Dio Supremo. Egli è Assoluto ma anche omni-prevedente, è l’Eterno, il Creatore, la Causa delle cause, senza inimicizia, senza odio, immanente alla sua creazione e contemporaneamente al di là di essa. Non è più solo il Dio di una nazione, ma il Dio della Grazia. Ammesso tutto questo, Egli creò l’uomo non per punirlo dei suoi peccati, ma per la realizzazione del suo obiettivo nel cosmo, e per riemergerlo di nuovo da dov’è venuto.

“oh mio spirito, tu sei l’incarnazione della Luce: conosci la tua essenza” (Guru Nanak Dev)
“oh mio spirito, il Signore è sempre con te, tramite la parola del Guru, godete il Suo amore, conoscendo la tua essenza, tu conosci il tuo Signore e così conosci il mistero della nascita e della morte” (Guru Granth Sahib, p.441)

Il postulato fondamentale del Sikhismo è che la vita non è peccato all’origine, ma, siccome è stata emanata da una pura Sorgente, la vera Unità risiede in essa.
Non solo l’intera filosofia Sikh, ma il suo intero carattere e la sua storia derivano da questo principio.
I Sikh non riconoscono il sistema delle caste, e neppure credono nel culto degli idoli, nei riti e nelle superstizioni. Dei e Dee sono considerate “non-entità”-

Questa religione consiste nel vivere pratico, nel servire l’umanità e nel generare tolleranza e amore fraterno verso tutti. I Guru Sikh non appoggiano il ritiro dal mondo come mezzo per raggiungere la salvezza, che può essere ottenuta da chiunque si guadagni onestamente il pane e conduca una vita normale.

“solamente conosce il Cammino, oh Nanak, colui che guadagna il suo con il sudore della fronte e poi lo condivide con gli altri” (Guru Granth Sahib, p.1245)

Guru Nanak ha aperto nuove speranze per la gente oppressa dando loro la possibilità di entrare nella sua fraternità come uguali. Egli è il creatore dell’Uomo Nuovo, nel Mondo Nuovo, sostenuto da una nuova moralità.

Ricchezza e possesso personale non sono ostacolo per vivere all’altezza degli ideali spirituali. Il Sikhismo non crede nella massima – è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio. Il motto Sikh è invece il seguente: “coloro che sono in armonia col Signore, attraverso la Grazia del Guru, arrivano a Lui anche nel bel mezzo della ricchezza” (Guru Granth Sahib, p.921)

Il Sikhismo non accetta l’ideologia del pessimismo. Appoggia piuttosto ottimismo e speranza. La massima – non resistere al male, se qualcuno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra – non trova posto nel modo di vivere Sikh. Al contrario esso ingiunge ai suoi seguaci: “quando un affare è al di là di ogni altro rimedio, è giusto invero sfoderare la spada” (Guru Gobind Singh)

L’Amrit (il battesimo Sikh) è un dovere per ogni Sikh. Non è fissata nessuna età massima o minima per essere battezzati. Un Sikh si impegna a mantenere i principi della sua fede e a seguire il Codice di Condotta prescritto dai Guru.

Ogni persona, uomo o donna che sia, di qualsiasi nazionalità, etnie o stato sociale, che aderisca ai principi della Fede, ha il diritto di ricevere il battesimo e di entrare nella Comunità Sikh: il Khalsa Panth.

Il codice di condotta Sikh è conosciuto come ‘‘Sikh Rehat Maryada’’ ed è basato sugli insegnamenti del Guru Granth Sahib e sulle tradizioni  e convezioni Sikh. Queste regole intendono dare indicazioni per eseguire le cerimonie religiose e per rinforzare  la disciplina della Fede in maniera uniforme in tutto il mondo. Nessun individuo o nessuna organizzazione, per quanto importante possa essere, ha il diritto di emendare queste regole o di forgiarne di nuove. Tale potere appartiene al Panth, cioè alla Comunità tutta intera, che agisce attraverso i suoi Cinque Beniamini (Panj Pyare). Qualsiasi regola che cerchi di sopraffare gli insegnamenti di base della Fede è “ultra vires”, al di là degli uomini.
Sono proibiti ogni tipo di intossicamenti, come alcol, tabacco e derivati, spuntarsi i Kesh e mangiare qualsiasi tipo di carne. L’adulterio è considerato peccato; un Sikh deve considerare la moglie di un altro uomo alla stregua di sorella o madre, e la figlia di un altro come sua. La stessa regola è applicata anche alle donne.

La donna è considerata una parte significativa della comunità Sikh. Riceve il più grande rispetto e considerazione per il suo ruolo nella famiglia e nella società.

Si considera che la donna abbia la stessa anima dell’uomo e quindi che abbia gli stessi diritti ad una crescita spirituale, di partecipare alle congregazioni religiose e di recitare gli inni sacri nei templi Sikh. Può anche essere scelta per partecipare a tutte le funzioni religiose, incluso il battesimo, e perfino celebrarle.

La dote e il divorzio non sono permessi.  Indossare vesti che espongono il corpo e che fanno nascere cattivi pensieri è considerato disdicevole e perfino disonorevole.

Le cerimonie più importanti per i Sikh sono quelle associate alla nascita, col dare il nome al bambino, l’Amrit (battesimo), Anand Karj (matrimonio) e i riti per i defunti (funerali).
Non ci sono rituali specifici per queste cerimonie; il loro unico aspetto è la recitazione dei Shabad (inni sacri) dal Guru Granth Sahib.

Presso i Sikhs i morti vengono cremati e le loro ceneri sono gettate nel canale o nel fiume più vicini. Nessuna santità è attribuita a fiumi particolari ed è inoltre proibito erigere monumenti sui resti di un morto.

Tutte queste cerimonie, qualunque sia il loro scopo immediato, hanno un unico obiettivo comune, cioè di ricordare la relazione di ciascuno con Dio. Esse sono concepite come mezzi verso un fine determinato, cioè l’unione dell’anima con il signore.

Secondo la religione Sikh, il legame matrimoniale è un sacramento – un’unione santa e non un contratto.

“Non sono moglie e marito coloro che soltanto si siedono vicini; invece lo sono coloro che hanno un solo e unico spirito comune in loro” (Guru Granth Sahib, p.788).

Il Sikhismo non crede nel celibato. La condizione matrimoniale e la vita di famiglia è considerata onorevole, naturale e addirittura ideale.

“Oh mio spirito, mantieni distaccato anche nella vita famigliare, se tu pratichi la verità, trattieni il tuo desiderio e fai buone opere, il tuo spirito sarà illuminato dalla grazia del Guru” (Guru Granth Sahib p.26)

Il matrimonio della coppia Sikh è solennizzato dalla circumambulazione del Guru Granth Sahib per quattro volte. Ogni volta un Shabad, è recitato dal prete Sikh che officia nella cerimonia. Il prete, quindi, raccomanda alla coppia di modellare la loro relazione coniugale sul modello prescritto in questi quattro Shabad (inni). La stessa cerimonia, senza cambiamenti, è eseguita per il nuovo matrimonio di una vedova o di un vedovo.

Il tempio Sikh è chiamato Gurudwara (abitazione del maestro). In ognuno di essi è insediato nella sala principale, che è usata per la preghiera e per il servizio quotidiano, il volume della Sacra Scrittura Sikh, Guru Granth Sahib.

Il Gurudwara è aperto a tutti ed ognuno, indipendentemente da casta, credo, cultura o nazionalità, può visitarlo. Prima di entrare in un Gurudwara ci si devono togliere le scarpe e coprirsi la testa. Appena entrati nella sala principale, ci si avvicina al Libro Sacro e ci si inchina di fronte ad esso in segno di riverenza e quindi ognuno va a prendere il proprio posto.

Ogni Sikh, sia uomo che donna, può leggere la preghiera o compiere i servizi liturgici.
I servizi cominciano col canto degli inni con accompagnamento di strumenti musicali. In speciali occasioni il canto è intercalato da letture di poemi o altre composizioni che esaltano eventi particolari della storia Sikh. I servizi si concludono con l’Ardas (supplica) – la preghiera che invoca la benedizione di Dio per la pace, prosperità e protezione di tutta l’umanità.
Dopo le preghiere, viene letto un Shabad detto “Hukumnama”, preso dalle sacre scritture, che è una frase che indica un compito per la comunità Sikh, e poi viene distribuito alla congregazione il “Karah-Parshad”, un budino di semolino, fatto di burro, farina, zucchero ed acqua.
Presso ogni Gurudwara si innalza il “Nishan Sahib” una bandiera di color arancione con su il disegno del Khanda – la Spada a doppio taglio che simboleggia la combinazione del potere temporale e di quello spirituale nel modo di vivere Sikh. Ogni città o cittadina, è fornita di tanti Gurudwara, quanti si considera che siano loro necessari. Tutti hanno la stessa santità, anche se alcuni, oltre ad essere luoghi di preghiera, hanno anche importanza storica. I cinque Gurudwara più importanti sono conosciuti come “Takhat”, cioè troni o sedi d’autorità. Essi sono: Takhat Patna Sahib che si trova nel Bihar, Takhat Kesgarh Sahib ad Anandpur Sahib, Takhat Damdama Sahib a Talwandi-Sabo in Punjab, Takhat Hazur Sahib a Nanderd in Maharashtra e infine Akal Takhat Sahib in Amritsar, che è
Nel Sikhismo non c’è una classe sacerdotale. Tuttavia, colui che compie il servizio divino quotidiano è chiamato Granthi; color che cantano gli inni sono chiamati Ragi e il canto medesimo è detto “Kirtan”, cioè lode del signore.

EBRAISMO

Tratto da www.ucei.it

La storia ebraica ha inizio con il patriarca Abramo che, primo uomo ad avere l’intuizione che esiste un solo Dio creatore del mondo, riceve la promessa che dalla sua discendenza nascerà un popolo che risiederà in perpetuo nella terra di Canaan. Si tratta di un vero e proprio patto che Dio stipula con Abramo, suggellato dall’obbligo per ogni ebreo maschio di essere circonciso alla nascita, ‘quale segno del Patto’.

Il corpo legislativo completo (la Torà) si ha solo con Mosè che sul Monte Sinai riceve direttamente da Dio i Dieci Comandamenti, e li riceve nel deserto terra di nessuno e quindi di tutti, perché fosse chiaro che il Decalogo appartiene all’umanità e non è una esclusiva ebraica.

La missione particolare che i discendenti di Abramo hanno assunto (“Siate santi poiché sono Santo Io, il Signore Dio vostro”), comporta per gli ebrei una serie più ampia di precetti (mitzvoth): 613 obblighi (divisi in 248 azioni positive da compiere e in 365 azioni vietate) che regolano la vita di relazione, i rapporti con il prossimo e con il mondo animale e i rapporti con Dio.

Fra gli obblighi che competono a ciascun ebreo: lo studio, l’istruzione religiosa dei figli, la purità familiare, le regole alimentari (kascherut), la zedakà (beneficenza), l’onestà e la giustizia, l’aiuto alla vedova e all’orfano, il rispetto dei genitori e l’onore agli anziani, l’ospitalità, la visita ai malati e alle persone in lutto, il rispetto del sabato e delle feste.

Il codice che raccoglie tutti gli insegnamenti orali che sono stati consegnati sul Sinai e successivamente arricchiti dalla tradizione rabbinica è la Mishnà, redatta nel II secolo. L’altro testo fondamentale della cultura ebraica è il Talmud (vi sono due versioni, il Talmud Bavli e il Talmud Yerushalmì) che contiene discussioni e insegnamenti dei Maestri.

Tra i principi fondamentali dell’Ebraismo, un aspetto rilevante riveste il concetto di “Messia” (la traduzione della parola ebraica Mashìach, che significa “unto”, in riferimento all’usanza antica con cui venivano unti i re o i sommi sacerdoti). che è colui che verrà scelto dal Signore e che redimerà Israele e introdurrà una nuova era di pace, di felicità, di bontà fra gli uomini di tutta la terra. Col suo avvento, infatti, cesseranno le sofferenze, le distruzioni, le guerre; il malvagio sarà punito e il giusto premiato (“Dimorerà il lupo con l’agnello; si coricherà il leopardo con il capretto, e il vitello e il leone staranno assieme e un piccolo ragazzo li guiderà. La mucca e l’orso pascoleranno, assieme giaceranno i loro piccoli e il leone come il bue mangerà paglia”, Isaia). Con l’avvento del Messia Israele, tornerà alla terra dei suoi Padri ma soprattutto tutti i popoli riconosceranno la sovranità del Signore, Dio Unico.

BAHAISMO

Tratto da  www.bahai.it

La Fede Bahá’í è iniziata con la missione affidata da Dio a due Messaggeri: il Báb e Bahá’u’lláh. Oggi, la guida per la realizzazione dell’unità distintiva della Fede che fu da Loro fondata deriva da istruzioni esplicitamente date da Bahá’u’lláh che hanno assicurato la continuità della guida dopo la Sua scomparsa. Questa linea di successione, chiamata Patto, è passata da Bahá’u’lláh a Suo Figlio ‘Abdu’l-Bahá, e poi da ‘Abdu’l-Bahá a Suo nipote, Shoghi Effendi e, infine, alla Casa Universale di Giustizia stabilità da Bahá’u’lláh. Un bahá’í accetta l’autorità divina del Báb e Bahá’u’lláh e di questi successori designati.

CONFUCIANESIMO

Tratto da   www.homolaicus.com

Il Confucianesimo è la dottrina di Confucio e dei suoi seguaci che ha dominato per oltre duemila anni la vita etica, politica e religiosa della Cina, in quanto prescriveva i riti di stato della casa imperiale, come pure il culto degli antenati della famiglia e forniva sia il codice pubblico di comportamento (che i regnanti della Cina e i loro funzionari dovevano rispettare), sia il codice privato della vita familiare.

Confucio è il nome latinizzato di Kung Fu Tse (maestro Kung), nato nel 551 a.C. a Lu, l’odierna Qufu, nello Shandong. Figlio di un funzionario statale in pensione (di famiglia quindi povera ma aristocratica), dovette affrontare non poche difficoltà materiali. Aspirando alla vita politica attiva, egli divenne prima prefetto, poi intendente ai lavori pubblici, infine ministro della giustizia, cercando di riorganizzare, sulla base di norme e ideali di tipo feudale e pre-feudale, l’amministrazione dello Stato (il Chou orientale, che stimava per la raffinatezza della sua civiltà e perché aveva conservato e perfezionato i riti delle due dinastie precedenti).

Più probabilmente però il Confucio storico, insegnante e letterato è stato fatto ministro e saggio con un seguito di cinquemila seguaci, riverito da tutti, soltanto da una tradizione posteriore. Di sicuro egli passò molti anni da uno Stato all’altro offrendo collaborazione e competenza ai sovrani più illuminati. E comunque i suoi tentativi di mediazione politico-filosofica fallirono abbastanza miseramente, in quanto risultava impossibile conciliare gli ideali pre-feudali (ad es. di benevolenza e pietà filiale) con quelli tipici della sua epoca, dominata da forti contrasti territoriali e politici.

Confucio visse in un periodo di transizione, caratterizzato dallo smembramento del regno dei Chou orientali in diversi Stati feudali decentrati. Egli cercò di frenare il processo di disgregazione in atto, ribadendo i principi del tradizionale sistema gerarchico-patriarcale dei Chou, ovvero cercando di democratizzarli o di umanizzarli al massimo (ad es. egli disse: “Il Cielo parteggia solo per colui che è riverente; il popolo ama solo colui che è benevolente; gli spiriti accettano solo i sacrifici di colui che è sincero”), ma non trovò l’appoggio né dei principi feudali, né del re Chou, che se in teoria poteva sostenere le sue idee, in pratica non aveva la forza per applicarle.

Il regno dei Chou orientali infatti fu incapace di adeguarsi alle esigenze di autonomia e di protagonismo sociale che manifestavano le nuove classi di proprietari fondiari: capi militari e funzionari statali, che non ricevevano più la terra in eredità ma come donazione da parte dei governatori del regno per i servizi prestati (senza che si consultasse la volontà del re), oppure i mercanti, che erano già in grado di comprarsela.

Ecco perché, dopo aver costatato l’indifferenza se non l’ostilità di diversi sovrani, Confucio decise di ritirarsi a vita privata, dedicandosi completamente, e fino alla morte (479 a.C.), allo studio dei testi classici degli antichi saggi cinesi e all’insegnamento.

Pare sia stato uno dei primi insegnanti professionisti della Cina, avendo fondato a Lu la prima scuola privata, che impartiva nozioni, a pagamento, su cose pratiche e su come governare: essa era aperta anche ai figli di artigiani, commercianti e contadini, un’innovazione clamorosa per la sua epoca. Egli diceva infatti che “il diritto di governare non l’hanno i nobili di nascita, ma soltanto chi ha capacità e nobile comportamento”.

L’estrema fiducia nei mezzi della persuasione ragionata portò Confucio e molti suoi discepoli, per non pochi secoli, a disprezzare l’attività militare, determinando così la debolezza della Cina di fronte alle invasioni dei mongoli. In politica interna essi affermavano che per riunificare il Paese e instaurare la pace occorreva soltanto l’esempio di uno Stato ben governato. Di fronte a tale esempio le altre popolazioni si sarebbero ribellate ai loro governanti per unirsi a questo Stato. I confuciani erano infatti convinti che “il popolo ha ogni diritto di ribellarsi a un cattivo governo”. Molti di loro pagarono con la vita l’opposizione all’imperatore (il grande storico Suma-Chien fu condannato all’evirazione). Ancora due millenni dopo, nel 1911, i rivoluzionari cinesi che rovesciarono l’impero e instaurarono la democrazia si richiamarono proprio alla teoria confuciana del diritto di ribellione.

Un episodio della biografia di Confucio narra che quando egli fu ministro della giustizia, fece demolire i baluardi fortificati delle tre più potenti famiglia dello Stato Lu. Una di queste però si oppose costringendolo a espatriare per ben 14 anni.

L’insegnamento di Confucio fu preservato dai suoi discepoli (alcuni dei quali, peraltro, raggiunsero posti di rilievo nell’amministrazione dello Stato feudale), nei “Colloqui”, una raccolta non sistematica di brevi aneddoti e detti, fatta molti anni dopo la sua morte. I testi canonici, cioè i Quattro libri (intellettualmente più evoluti) e i Cinque canoni, hanno poco di religioso: si tratta piuttosto di regole per l’agire pratico (personale, familiare, sociale e politico-amministrativo). E’ una sorta di filosofia del vivere civile, con risvolti che potremmo definire di tipo religioso. Non ci sono tuttavia rivelazioni, dogmi, sacramenti, miracoli, cosmogonie e apocalissi.

Lo studio del Confucianesimo venne proibito durante la dinastia Qin (221-206 a.C.), che seguì a quella Chou. Unificando i vari Stati esistenti e proclamandosi per la prima volta nella storia cinese, imperatore, il sovrano Cheng iniziò un movimento irreversibile di identificazione nazionale, comportandosi in maniera ostile nei confronti della tradizione confuciana, ritenuta troppo compromessa col feudalesimo del periodo precedente (nel 213 a.C. ordinò addirittura il rogo dei libri confuciani). Ma la dinastia successiva degli Han (202 a.C.- 220 d.C.) restaurò le tradizioni confuciane, tanto che nel 59 d.C. l’imperatore Ming-Ti ordinò gli inizi di un culto a favore di Confucio. Da allora e sino agli inizi del XX sec. la sua popolarità non conobbe declini, nemmeno in presenza del buddismo.

La religione di Confucio non è una fede che dipende da una “rivelazione”, ma è piuttosto una filosofia esistenziale: non ci sono dogmi né clero (nel senso di una casta sacerdotale professionale, in quanto l’esecuzione dei riti era generalmente affidata a funzionari statali e capifamiglia). Essere virtuosi, per Confucio, significa avere autocontrollo, moderazione e saper agire con giustizia, a imitazione degli antichi, che non avevano leggi esteriori costrittive e che consideravano l’amore per il prossimo non un semplice dovere ma un’esigenza vitale. Prima di ricercare dio (che coincide col “cielo”), l’uomo deve conseguire questi prerequisiti umani attraverso l’educazione e l’autoeducazione. A chi gli chiedeva di parlargli dell’aldilà, Confucio rispose: “Non abbiamo ancora imparato a conoscere la vita, come potremo conoscere la morte?”.

In queste parole si riassume l’atteggiamento non solo dei confuciani ma anche dei cinesi di fronte a quei problemi che ogni chiesa o confessione considera tipici della personalità religiosa. I cinesi hanno più interesse per la vita pratica che non per il futuro dell’anima. L’idea di dio per loro equivale a quella di natura e nella storia religiosa della Cina non vi sono mai stati grandi apostoli, martiri o redentori. Anche i capi religiosi furono pochissimi. Confucio, ad es., non era una figura monastica: amava suonare il liuto, cantare in coro, andare a caccia e a pesca. D’altra parte nessun cinese si è mai sentito esclusivamente confuciano, buddista o taoista. Tutte e tre le religioni, infatti, insegnano che l’uomo, all’origine, è buono e che può raggiungere la salvezza attraverso la conoscenza della natura umana.

Il primo ambito sociale in cui l’uomo impara ad essere autentico, secondo Confucio, è la famiglia. Il figlio apprende la pietà filiale: deve al padre rispetto e sostegno nella vecchiaia, mentre il padre gli assicura protezione e lo aiuta a formarsi.

Il secondo ambito è la società civile, ove si apprendono e si applicano la giustizia, l’altruismo, la compassione e soprattutto la benevolenza (che sta alla base di tutte le virtù).

Il terzo livello è quello dello Stato, ove i sudditi (specie i funzionari statali) sono tenuti alla lealtà-fedeltà, a condizione naturalmente che il sovrano governi con virtù e non con lassismo e corruzione o tramite la rigorosa applicazione delle leggi. Confucio era favorevole a una monarchia patriarcale, feudale e gerarchica.

In pratica i confuciani concepivano lo Stato come una grande famiglia al cui vertice stava il re (“mandato dal cielo”), mentre più in basso tutti osservavano i diritti-doveri della loro condizione sociale, secondo un codice prestabilito che regola i rapporti tra signore e vassallo, tra padre e figlio, tra il primogenito e gli altri fratelli, tra marito e moglie, tra amici e compagni.

In effetti il Confucianesimo si prestava molto ad essere utilizzato come una religione di stato. Esso equiparava il sovrano al sommo sacerdote in grado di governare per il “mandato ricevuto dal cielo”: mandato revocabile ogniqualvolta il sovrano spezza l’armonia fra ordine sociale e naturale. E’ il sovrano che promulga ogni anno il calendario dei doveri civili e rituali.

Significativo il fatto che questa dottrina, raccolta in diversi libri e rielaborata dai suoi discepoli, fu alla base degli esami con cui si selezionarono i funzionari statali dal 1313 al 1905.

I due concetti-chiave del Confucianesimo sono il rito e la benevolenza: entrambi presuppongono il retto agire e il buon governo. I “riti” sono la forma dell’agire, la “benevolenza” ne è il contenuto. Il rito dipende dalla benevolenza: senza questa diventa formale, vuoto, falso.

Il rito più importante è il culto degli antenati, che è in verità la fonte di tutte le religioni cinesi. Questo culto venne introdotto all’inizio della dinastia Chou (1122-256 a.C.) e Confucio non fece altro che divulgarlo. Ai suoi tempi gli antenati non erano più divinizzati, ma semplicemente venerati. Il culto era eseguito dai capifamiglia (o dai capi-clan). A fondamento del culto sta la pietà filiale prolungata oltre la morte. Il fine è quello di mantenere viva la coscienza di appartenere a un gruppo molto più vasto di quello che si vive sulla terra.

Ogni famiglia aveva un proprio tempio (ogni gruppo familiare uno per il capostipite, e così via, sino agli antenati dell’imperatore). Al suo interno vi erano delle tavolette geroglificate, conservate in piccole teche: ognuna di esse rappresentava un antenato. Le cerimonie venivano compiute in momenti particolari (nascita, morte, matrimonio, ecc.), oppure quando si doveva chiedere consiglio-assistenza per poter prendere importanti decisioni.

A Confucio non interessava tanto il rapporto degli uomini con le anime di questi defunti (non esiste nel canone una “teologia dell’aldilà”), quanto il fatto che in tal modo l’unità della famiglia (e quindi della nazione) restava salvaguardato. Il rito doveva servire per tenere unita la famiglia, la società e lo Stato: doveva insomma dare agli uomini il senso di appartenere a una collettività molto vasta, forte e compatta, insegnando loro le virtù.

Ancora oggi i funerali cinesi sono molto meticolosi e ritualizzati, ma non lugubri. Sulla tavoletta, di solito, viene incollata la foto del defunto e scritto il nome con l’indicazione dell’età e dello status sociale che aveva avuto in vita. I cibi, offerti in maniera simbolica, vengono consumati dagli stessi donatori in un secondo momento. Non mancano corone di fiori, incenso, candele, lanterne di carta e rozzi sai con cappuccio indossati dai parenti del defunto.

Per i confuciani, una persona quando muore ha l’anima che si separa in tre parti: una sale in cielo, la seconda rimane nella tomba per ricevere sacrifici e offerte di cibo, la terza viene localizzata nella tavoletta del tempio. Quest’anima può trasformarsi in uno spirito buono o cattivo: la sua sorte è decisa dal suo passato e dalla sollecitudine con cui i parenti ne onorano la memoria. Quindi più sontuose sono le cerimonie funebri e i riti commemorativi e più aumentano le probabilità ch’egli divenga uno spirito buono e di conseguenza benefico per i vivi. Probabilmente anche questa particolare e molto sentita venerazione ha impedito il diffondersi del cristianesimo in Cina. Il regime comunista permette solo le feste principali: Capodanno (con la famosa processione del drago, considerato simbolo benefico), le Barche del Drago, l’Ottava Luna. E’ a Singapore, Hong Kong e Formosa che si può assistere alle feste più colorite e festose. Il rito per i confuciani è così importante che ancora oggi non disdegnano quelli di origine taoista e buddista.

Sul piano dei valori il concetto fondamentale promosso da Confucio è quello di benevolenza, paragonabile al concetto di “amore”. La famosa massima evangelica “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” era stata detta da Confucio cinque secoli prima. Né gli era sconosciuto il concetto di “amore universale” (il principio è: “considera tutti come fratelli”) e di giusto mezzo (secondo cui per cercare di realizzare un ideale bisogna scendere a leciti compromessi). Politicamente egli concepiva il sovrano ideale come un individuo virtuoso e benevolo, liberale nell’accordare i benefici e cauto nell’applicare i castighi.

L’aspetto più negativo della dottrina confuciana è senza dubbio la sua concezione della donna, considerata di molto inferiore all’uomo. Il confucianesimo tolse alla donna cinese la superiorità che le restava nella vita familiare e praticamente la “seppellì” nel puritanesimo dell’epoca manciù (XVIII sec.). Ancora oggi la cerimonia nuziale e la vita coniugale risentono di questa forte discriminazione.

Dopo la morte di Confucio e con la definitiva disgregazione dello Stato Chou, i discepoli si divisero in due gruppi, preoccupati di trovare una definizione etica e normativa della morale che fosse valida in sé e per sé, e anche per rispondere alle forti critiche del filosofo progressista Mo Ti, che rifletteva l’ideologia dei contadini, dei piccoli artigiani e commercianti oppressi. Mencio (372-287 a.C.) razionalizzò l’insegnamento di Confucio sulla “benevolenza” (o bontà di cuore) e sull’importanza dei valori morali nella società, dando così inizio a una disputa che avrebbe occupato i pensatori confuciani per diversi secoli. Mencio infatti sosteneva come norma della moralità la natura umana, che è fondamentalmente buona, per cui alla vita morale occorreva soltanto un processo di autoperfezionamento. Qui il discorso religioso diventa più esplicito, poiché il tentativo è quello di mostrare come il dio-cielo (concepito come forza morale) si rapporta all’uomo e lo aiuta a realizzarsi.

Xunzi (298-238 a.C.), che è il terzo fondatore del Confucianesimo, sosteneva invece che la natura umana è incline al male e solo attraverso un’educazione imposta dall’esterno, essa può vivere pacificamente e con dignità. Da notare che fu soprattutto Xunzi a sviluppare il lato pratico della religione confuciana con la sua dottrina dell’azione rituale. Confucio si era soffermato soprattutto sull’esigenza di vivere la vita con umanità e di preservare i riti tradizionali. Xunzi formalizzò e codificò questa prassi, introducendo nuovi riti, i quali, peraltro, essendo prevalentemente dei sacrifici ufficiali statali, erano poco sentiti dal popolo.

Dong Zhong-Shu (197-104 a.C.) riuscì a far adottare il Confucianesimo come religione di stato sotto la dinastia degli Han (136 a.C.). Fece questo a prezzo di forti concessioni e con molto eclettismo: ad es. esaltò il ruolo del re abbassando quello del popolo (il re non è più “mandato dal cielo” e quindi revocabile, ma “esecutore del cielo”, per cui la volontà dell’uno è sempre conforme a quella dell’altro). Naturalmente Dong preferiva la scuola di Xunzi. E grazie a lui si svilupparono notevolmente la burocrazia imperiale e la meritocrazia, cui il sistema degli esami per il mandarinato diede forte impulso. Sotto questa dinastia, il confucianesimo si arricchì di una cosmologia e di una metafisica, basata sul dualismo di yin (principio femminile, ombra, freddo, riposo, passività, terra) e yang (principio maschile, luce, calore, energia, attività, aggressività, cielo).

Con l’avvento della dinastia Sung (960-1279 d.C.) il pensiero confuciano entrò nella sua nuova e ultima fase di elaborazione. A partire dal XII sec. sorge praticamente il “neo-Confucianesimo”, in direzione del panteismo e sotto l’influenza del Taoismo e del Buddismo. La prima scuola, detta “della ragione”, dà una certa importanza alla materialità della vita, sostenendo che le contraddizioni pratiche possono pregiudicare seriamente la felicità dell’uomo, per cui il loro esame è indispensabile per modificare la realtà. Tuttavia, non ponendo la materia a fondamento dell’essere ma un’astratta legge o regola universale, questa scuola non determinò un nuovo interesse per l’osservazione scientifica. La preoccupazione fondamentale fu quella di studiare la storia passata e i testi classici, considerati depositari del modello ideale del “buon governo”. La seconda scuola, detta “della mente” (che raggiunse il suo apice nei secoli XV e XVI), fu molto più idealista, in quanto sosteneva una stretta identità di essere e coscienza a partire dalla coscienza, per cui la felicità e la conoscenza dell’uomo dipendevano unicamente dalla introspezione e dalla illuminazione intuitiva.

L’ impostazione del Confucianesimo data da Dong rimase praticamente invariata sino al 1905. Poi il culto statale venne riorganizzato nel 1907 e soppresso nel 1912. Durante la “rivoluzione culturale” maoista ci si scagliò contro il Confucianesimo in quanto tale, senza distinguere le idee originarie del fondatore da quelle, di alcuni suoi seguaci, che poi risultarono dominanti. Una campagna anti-Confucio è stata condotta anche nel 1973: sotto accusa furono quegli insegnanti che si servivano di metodi autoritari. La casa di Confucio venne saccheggiata dalle “guardie rosse”: le preziose edizioni di antichi testi confuciani conservate nella biblioteca, la statua di Confucio, quelle dei suoi quattro discepoli e seguaci più celebri, i vasi sacrificali, gli antichi strumenti musicali, fra i quali il liuto: tutto andò distrutto. Poco dopo la morte di Mao, la città natale di Confucio è stata riaperta ai turisti cinesi e dal 1979 anche agli stranieri.

Oggi in Cina il culto è seguito da circa 200 milioni di persone: dal 1984 la ricorrenza della data di nascita di Confucio si celebra con grande solennità. Sua è una delle sentenze adottate dal PCC: “Che importa se il gatto è bianco o nero, purché acchiappi i topi”. Al di fuori della Cina, il Confucianesimo si è sviluppato soprattutto in Corea: al Nord vi sono 7 milioni di seguaci, al Sud 2 milioni. In Giappone si diffuse a partire dal XV sec., dove sussiste ancora oggi sotto forma di dottrina filosofica tradizionale. Per effetto dell’immigrazione cinese, il confucianesimo si è diffuso anche in Vietnam, Thailandia, Filippine, Indonesia, Malesia, ecc., raggiungendo la cifra di circa 300 milioni di fedeli.

GIAINISMO

Tratto da   www.jainismoitalia.org

Il Jainismo è una antica religione che fiorisce indipendentemente in India da tempi incalcolabili. Anche se Mahavira è l’ultimo riformatore del Jainismo e personaggio storico che risale a circa 2.600 anni fa, il Jainismo è rivelato da altri Jina in ogni periodo ciclico dell’universo; è eterno, è sempre esistito, esiste ora e per sempre in futuro. Diffuso su tutto il territorio indiano ma particolarmente radicato nello stato del Gujarat, Maharashtra, Rajasthan, Karnataka e Bihar. Esso è rappresentato da monaci e laici ed il suo percorso è diretto all’ottenimento della purezza spirituale attraverso un modo di vivere fondato sulla Nonviolenza e il non attaccamento. In India la filosofia viene denominata Darshana che significa ‘visione – percezione’, esistono sei principali sistemi filosofici appartenenti a diverse tradizioni che sono divisi in due grandi categorie, ortodosse ed eterodosse. Queste scuole di pensiero esprimono ognuna una visione sulle verità eterne che riguardano la natura della realtà, la sofferenza e lo scopo ultimo dell’esistenza umana; seppur tutte parlano dell’importanza della Nonviolenza (Ahimsa) il Jainismo è l’unico che pone tale principio al centro della propria dottrina: ‘Ahimsa è il cuore di tutti gli stadi della vita, è il nucleo di tutte le sacre scritture, è la somma e la sostanza di tutti i voti e di tutte le virtù’Ahimsa Paramo Dharma: la Nonviolenza è la religione più alta – suprema.

 

Ogni Darshana conduce alla liberazione di se stesso e alla disidentificazione da ciò che non si è attraverso sentieri specifici quali: la conoscenza (Jnana), la devozione (Bakti) o l’azione (Karma yoga); il Jainismo considera tale visione unilaterale e crede invece che nessuno, da solo, è sufficiente a completare lo sviluppo spirituale ritenendo che sia possibile raggiungere la propria divinità solo se pienamente realizzati tutti e tre.

 

Il nome Jainismo deriva dal verbo ji che in sanscrito significa ‘conquistare’ o ‘vincere su se stessi’ e si riferisce alle conquiste interiori seguite alla distruzione dei propri sentimenti negativi come la violenza, l’egoismo, l’odio, l’avidità, la possessione, l’ego, il materialismo. I monaci Jain sono coloro che per mezzo dell’ascesi lavorano per conoscere la vera natura dell’anima e l’infinita conoscenza con il raggiungimento dell’illuminazione che li condurrà alla liberazione del proprio essere dal mondo della sofferenza; diventeranno dei Siddha (anime liberate) e vivranno uno stato permanente di beatitudine. I monaci illuminati si chiamano Tirthankara e significa ‘costruttori del guado o passaggio’. Essi sono i Jaina, i guerrieri spirituali, coloro che hanno raggiunto la cima spirituale, l’ultimo gradino della scala evolutiva dell’anima avendo vissuto alla perfezione i tre gioielli del sentiero Jain che sono: retta fede, retta conoscenza e retta condotta. Essi hanno trovato il modo per attraversare l’oceano del ciclo delle esistenze (samsara) ossia il ciclo di nascita – morte e insegnano agli altri discepoli l’obiettivo spirituale della vita e il percorso per raggiungere la liberazione. Per i Jainisti i Tirthankara sono il massimo modello spirituale da seguire, dedicano a loro la stessa devozione che si rivolge al ‘Dio’ delle altre religioni.

Il Jainismo è eticamente la religione più rigorosa al mondo, la sua aderenza richiede un agire in linea con un costante e scrupoloso massimo tentativo di coerenza nel non danneggiare il prossimo. Il suo principale insegnamento fondamentale è ‘riduci al minimo la violenza’; prenditi cura come faresti con te stesso di qualsiasi essere vivente, non solo nei confronti degli umani, ma anche insetti, piante e animali, pur avendo la consapevolezza dell’impossibilità di annientare totalmente la violenza; noi stessi siamo la causa della violenza fintanto che abbiamo un corpo materiale che, per sopravvivere, deve distruggere esseri viventi; il solo respirare, camminare, digerire comporterà l’uccisione di invisibili ma esistenti forme di vita. Ma il non poter fare tutto non vuol dire non fare nulla o poco! Per questo occorre mettere il massimo impegno per non commettere la violenza evitabile.

Per diventare Jainisti non esiste nessuna conversione formale come il battesimo cristiano, esserlo è solo frutto del proprio karma, non un’etichetta alla quale aderire o il legame con la terra di appartenenza, si può esserlo solo se si vivono i principi Jainisti attraverso l’esperienza diretta e concreta.

La forza e il coraggio del Jainismo rispetto alle altre religioni sia occidentali che orientali che lo rende originale e unico, è che per ben oltre 26 secoli è rimasto integro e fedele ai suoi principi etici, ma non solo, con il passare delle epoche essi non persero di valore, ma si rinvigorirono mantenendo coerentemente lo stesso esigente bisogno morale di una vita permeata profondamente di compassione e purificazione. E’ una spiritualità molto ricca e poliedrica: pur essendo un movimento ascetico per la sua forte enfasi sull’auto – controllo e austerità, è una religione ricca di colori e allegria soprattutto durante le festività. E’ rigorosa nei principi della Nonviolenza – essenza stessa della dottrina, ma è anche un esempio di liberalismo filosofico per il suo credere che la verità di ogni essere umano è relativa e per la sua apertura ad accogliere tutti i possibili punti di vista delle altre diverse filosofie, anche se apparentemente contrastanti. E’ fortemente individualista, difende la natura dell’anima e la responsabilità personale per le proprie azioni: solo l’autosufficienza e gli sforzi individuali sono gli unici responsabili della propria felicità e liberazione.

I principi Jainisti se compresi e vissuti nel modo giusto e coerentemente rispettati, portano ad una svolta rivoluzionaria per la società di oggi. Essi determinano l’amicizia universale, la pace e il rispetto per ogni vita attraverso la Nonviolenza e quindi a:

non uccidere;

all’uguaglianza sociale con il principio del non attaccamento;

al vivere pacificamente con le altre religioni, razze e generi attraverso la filosofia del non dogmatismo irrazionale il quale ci insegna che non esistono verità assolute e non bisogna sopraffare i pensieri degli altri;

a proteggere e conservare la natura attraverso l’auto-controllo e per mezzo del principio del non possesso adottando uno stile di vita semplice e umile;

al rispetto per ogni essere vivente verso il quale non si muoveranno nè guerre, nè sfruttamento economico e ambientale, né la distruzione ecologica;

Il vivere secondo questi tre principi eleva l’anima a un più alto livello spirituale.

Dobbiamo immaginare il sentiero spirituale Jainista come una scala evolutiva che avanza verso la suprema conoscenza, la perfezione della compassione e della purificazione dell’anima e a mano a mano che la consapevolezza si espande, ognuno secondo le proprie capacità del momento sale un gradino in più della scala. Questo procedere si traduce in un modo di vivere in armonia e sintonia con la natura e l’universo. Anche il regime alimentare è il più restrittivo rispetto alle altre religioni: per un Jainista il non cibarsi di animali che considera suoi fratelli pari agli umani è un atto naturale, non è una rinuncia o una repressione, ma una felice liberazione dalla violenza: evoluzione della coscienza.

Il Jainismo è una conquista alla Nonviolenza con la Nonviolenza attraverso una pratica costante di ‘estremismo compassionevole’ e insegna che il vero amore è amare disinteressatamente senza alcun attaccamento e senza confine ogni creatura di qualsiasi specie. Tutti gli esseri viventi sono fatti della stessa essenza, seppur di diversa consapevolezza, hanno uguale anima; il microorganismo, la pianta, l’insetto e il mammifero stanno compiendo la propria esperienza di vita, ognuna manifestandosi diversamente e tutte con i propri tempi. Quando nasceranno nel corpo di esseri umani, dopo innumerevoli cicli di reincarnazioni, avranno anche loro in quella stessa vita possibilità cosciente di autorealizzarsi, liberarsi dal mondo e vivere per sempre nella totale libertà. Tutto ciò che vive vuole esserci, è parte dell’esistenza, per questo piante (per quanto è possibile), animali e umani non devono essere uccisi e vanno rispettati.

E’ evidente che il Jainismo è un’antica religione indiana e che fin dalla storia dell’antichità ad oggi ha continuato a prosperare insieme alle altre religioni in diverse parti dell’India, in America e in Europa, poco negli altri stati del mondo, per molti di essi è sconosciuta. I seguaci del Jainismo, sono presenti in tutta l’India fin dai tempi remoti. I Jain sono anche conosciuti ovunque per la stretta osservanza delle loro pratiche religiose nella vita quotidiana. Questo è il motivo per cui è sopravvissuto in India per così tanti secoli, in questo modo, riuscirono a continuare ad esistere come devoti di una religione indiana distinta. Ma questa non è l’unica caratteristica propria dei Jainisti. In effetti, la caratteristica più notevole è il loro impressionante record di contributi alla cultura indiana. In confronto con la popolazione limitata e piccola di Jainisti, le loro conquiste nell’arricchire i vari aspetti della cultura indiana sono davvero grandiose.

Poiché la religione Jaina considera la costruzione di templi come un atto meritorio, i Jaina hanno costruito un numero insolitamente più grande di templi in tutta l’India. Quasi il 90 percento dei templi Jaina sono regali di singoli individui facoltosi e come tali si distinguono per dettagli elaborati e rifiniture squisite. Di questi innumerevoli templi Jaina, i due templi marmorei di Monte Abu in Rajasthan sono considerati il contributo più notevole dei Jain nel dominio dell’architettura. I due templi sono famosi come modelli insuperabili di architettura in stile occidentale o gujarati, caratterizzati da colonne scolpite con tutta la ricchezza immaginabile, le staffe di sostegno e gli squisiti soffitti in marmo con ciondoli a cuspide.

Poiché i Jaina hanno sviluppato una propria filosofia, seguono un distinto codice etico basato su di essa. L’etica Jaina si pone come una classe a sé stante, nel senso che è l’unico sistema fondato sul principio principale dell’Ahimsa. È già stato osservato come il principio dell’Ahimsa sia alla base di varie regole di condotta prescritte sia per i laici Jaina che per gli asceti. Quindi uno dei contributi significativi dei Jaina è la cultura della Ahimsa (Nonviolenza). Se essi sono conosciuti per qualcosa, è per l’evoluzione della cultura dell’Ahimsa e bisogna dargli merito di aver praticato e diffuso quella cultura fin dai tempi antichi. In effetti, l’antichità e la continuità di una cultura Nonviolenta sono dovute principalmente agli incessanti sforzi degli asceti e dei capifamiglia Jaina. Ovunque i Jain fossero in gran numero e avessero esercitato una certa influenza, cercarono di diffondere la cultura della Nonviolenza tra le masse. Ecco perché scopriamo che gli stati di Gujarat e Karnataka, che sono le roccaforti dei Jainisti fin dall’inizio, sono principalmente vegetariani. Infatti, è ammesso che, a seguito delle attività dei Jaina negli ultimi secoli, l’Ahimsa costituisce ancora il substrato del carattere indiano nel suo insieme.

SHINTOISMO

Tratto da   www.giapponeinitalia.org

In Giappone convivono due principali dottrine religiose, affiancate poi da molteplici forme di culto minori e codici morali differenti: Buddismo e Shintoismo. Se la dimensione buddista si preoccupa dell’importanza del culto degli antenati, enfatizzando quindi le relazioni parentali e con esse i concetti di carità, umiltà, accettazione della propria condizione, quella scintoista invece funge da collante nazionale.

La religione scintoista, infatti, è stata sempre considerata una religione politica, in quanto ufficialmente riconosciuta come religione di Stato, che ha conosciuto l’apice della sua diffusione nel periodo Tokugawa (1600-1868). Essa fu per lungo tempo utilizzata come strumento di unione e controllo sul popolo giapponese, specie nelle campagne dove forme di patriottismo locale erano maggiormente radicate che in città. Se prima del conflitto mondiale, in ogni famiglia giapponese era presente un kamidana (piccolo altare presente nelle case private, presso il quale si rivolgevano le proprie preghiere), dal 1946 in poi, come conseguenza del processo di modernizzazione in atto dovuto alla sconfitta militare nipponica, solo il 47% delle famiglie dichiarò di possederne uno e tale attenzione nel conservare la propria tradizione venne giustificata con banali motivi d’abitudine, di rispetto nei confronti delle divinità o dei propri antenati, per ottenere protezione dagli spiriti maligni, o una maggiore produttività agricola, o ancora una migliore condizione di status familiare. Ma la maggior parte delle volte si giustificava tale presenza per onorare gli antenati della famiglia imperiale che diede vita alla Nazione giapponese: dunque il kamidana assumeva la funzione di unificazione con la Nazione, motivo per cui ci si impegnò a costruire alcuni templi nazionali. Il difetto principale che la religione scintoista riconosce di possedere è la mancanza di una spiegazione della sofferenza e della morte umana, parzialmente risolta con la reincarnazione, per cui la condizione della vita attuale è direttamente proporzionale alle attività più o meno “buone e giuste” condotte nella vita precedente.

La Costituzione della Repubblica italiana nel proprio Testo PROMULGA:

PRINCIPI FONDAMENTALI

Articolo 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

PARTE I   DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI    TITOLO I   RAPPORTI CIVILI

Articolo 19

Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Articolo 20

Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.

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